No alla cultura del fondo perduto

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Prestito d’ Onore – Lavoro Autonomo

Finanziamenti agevolati, la formula del prestito d’onore, nata a metà degli anni 90, mantiene una ragione d’essere anche in quelli a venire. Va adeguata alle condizioni mutate del Paese, ragionando su nuovi attori e beneficiari. Ma mettendoci un po’ di cautela se parliamo di ultracinquantenni, perché la spinta all’impresa, di per sé, non funziona da ammortizzatore sociale.
25/01/07

Di questo è convinto Carlo Borgomeo, padre  storico degli investimenti dell’imprenditorialità giovanile, che ha progettato e gestito prima come presidente del Comitato della legge 44/86 e poi, dal 1994 al 2000, della Società per l’imprenditorialità giovanile (Igspa). Amministratore delegato de Sviluppo Italia sino all’inizio del 2002, oggi è presidente ed amministratore delegato di c.borgomeo&co, società di consulenza aziendale e del supporto a progetti di sviluppo territoriale, e di Bagnolifutura spa di Trasformazione urbana.

In questi giorni si torna a parlare di prestito d’onore, il cui rilancio rientra tra gli strumenti che il Governo ha allo studio per gli over 50. come vede questa proposta?
Rispondo con due riflessioni. La prima è che vedo un errore grave di utilizzo: gli strumenti come il prestito d’onore che, anche se in una scala minima, rimandano pur sempre alla cultura del rischio non funzionano assolutamente per quelle persone che si trovano, al contrario, in una condizione psicologica in cui cercano soprattutto le garanzie. Questa misura di self employment necessita infatti di una forte azione di promozione e il momento giusto non è certo quando l’azienda o l’ente pubblico va a dire a uno che è a terra, perché sta perdendo o ha perso il lavoro, che si può mettere in proprio.

Quindi non è un’idea praticabile?
Non in questo modo, in altri sì. Abbiamo proposto per alcune aziende percorsi di autoimprenditorialità per i dipendenti e la prima condizione di praticabilità era che, in quel momento, non ci fossero esuberi. Queste iniziative devono far parte di una politica strutturale di flessibilità e spinta all’autoimprenditorialità. Vanno impostate non a partire dai soldi, quanto abbassando la soglia del rischio e aggiungendo accompagnamento, assistenza, formazione. L’azienda dà un’opportunità ai dipendenti, cominciano a circolare idee e alcune restano anche dentro. Un altro conto ancora è rivolgersi a chi è già in mobilità e tentare un ragionamento tipo: all’impresa che crei si può associare un figlio. La persona si motiva se diventa a sua volta veicolo di motivazione.

In generale, ha senso rivitalizzare il prestito d’onore?
Ecco la seconda riflessione. Dal punto di vista dello strumento ritengo si debbano fare due cose. La prima è superare il meccanismo del fondo perduto. All’inizio aveva il senso di richiamare l’attenzione, ma oggi è superato. Bisogna invece insistere molto sull’azzeramento delle garanzie e ragionare anche su un abbassamento dei tassi nonché su meccanismi di partecipazione del territorio e di coinvolgimento degli enti locali nella promozione.

A dieci anni di distanza, con le certezze del lavoro dipendente che vengono meno, l’idea di mettersi in proprio è diventata più attraente in questo Paese?
Certamente oggi il lavoro autonomo ha un vantaggio competitivo rispetto al lavoro fisso che è diventato meno attraente. Ma c’è anche uno svantaggio di clima tra le generazioni giovani rispetto agli anni 90: c’è meno voglia di fare e di rischiare, non solo sul lavoro, più passività.

Allora come si deve fare promozione alla creazione d’impresa?
Con un’azione più rivolta ai settori e moltiplicando gli esempi. Una soluzione è aprire ai settori facendo promozione dedicata. Io l’ho proposto al ministero dell’Ambiente, ma altri ambiti sono l’entertainment, la multimedialità, il mercato della manutenzione, l’alimentare. Seconda strada: far partire una miriade di esperimenti in cui ci sia la possibilità di far coincidere alla fine formale degli studi l’inizio di una piccola attività. La tesi di laurea come business plan insomma.

Come va riformato il meccanismo con i nuovi attori?
Facendo ripartire una agenzia pubblica su queste cose, poi eliminare il fondo perduto mettendo a disposizione le risorse per un grosso fondo di garanzia e guidare un processo di regionalizzazione. La gestione nazionale non può che esserci nello start up. Il sogno teorico del prestito d’onore era di fare provocazione in un mercato abituato al posto fisso, avviare una fase intermedia con molte garanzie e accompagnamento per giungere a una terza in cui il microcredito diventa uno strumento ordinario delle banche. Le azioni di microfinanza peccano di un difetto teorico che diventa politico: si prendono modelli pensati per i Paesi poveri e si applicano tali e quali a là, dove si danno un po’ di soldi e sono sufficienti a far creare l’impresa. Lo sforzo deve essere concentrato nella promozione e assistenza. Poi uno va in banca e prende i soldi: trasferiamo questa attività a che li presta per mestier e il pubblico faccia da facilitatore, trasferendo le attività di sostegno, promozione e accompagnamento alle agenzie regionali.

Che cosa dicono le banche?
Che è una opportunità: se oggi dicono di no ai microprestiti non è per il rischio ma per il costo della pratica.

fonte Il Sole24ore

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